Patrizia Maccagno

 In ricordo di Patrizia Maccagno

Testimonianze

Non mi è facile parlare di Patrizia, al passato, non solo perché Lei ci ha lasciati da poco, ma soprattutto perché lei ha voluto fortemente restare viva, nel ricordo di tutti coloro che l’hanno conosciuta, le sono stati vicini e le hanno voluto bene.

Ci sono tanti piccoli episodi, che Patrizia ogni tanto ricordava, con piacere, parlando della sua infanzia.

  • Ricordava spesso che la nonna materna, sarta eccezionale a Milano, le confezionava i vestitini da piccola principessa. Essendo figlia unica, i genitori spesso la portavano agli incontri, alle cene e riunioni degli adulti.  lei non solo non si annoiava, ma trovava motivi di meraviglia, di stupore, curiosità e interesse, nei paesaggi, nei fiori, nella natura e in tutto quello che la circondava, in particolare nei ritratti storici e artistici di cui sono ricchi tutti i piccoli borghi italiani.  
  • Per tutta la vita Patrizia ha coltivato questa passione, arricchendo la sua cultura e le sue conoscenze storiche attraverso letture, approfondimenti, partecipazioni a conferenze e relazioni che le hanno permesso di essere eccezionalmente preparata, anche nel suo ruolo di insegnante.
  • Patrizia è stata colpita da una grave malattia, molto giovane, a soli 29 anni, ma questo, dopo una prima fase di disorientamento e di rifiuto, non le ha impedito di combattere e vincere, per un lungo periodo, i peggiori effetti invalidanti che inevitabilmente, a poco a poco, la debilitavano. Un grandissimo aiuto a Patrizia è stato dato da mamma Angela che, proprio come un Angelo, l’ha sempre seguita, protetta e spronata a vivere intensamente ogni giorno di vita.
  • Dopo la laurea in filosofia discussa presso l’Università di Pavia, Patrizia è diventata insegnante presso l’Istituto Agrario di san Michele all’Adige, dove è stata, fin da subito apprezzata dai colleghi e dagli studenti per la dedizione, l’impegno, la meticolosità e l’entusiasmo che metteva nelle sue lezioni.A questo proposito Patrizia ricordava con un sorriso che, alla prima riunione con gli insegnanti si è presentata con una salopette azzurra ed è stata scambiata per una giovane studentessa, anziché per la seria professoressa di lettere.
  • Purtroppo, la malattia, nel suo lungo decorso ha ridotto drasticamente la vista di Patrizia che l’ha costretta a ricorre all’ausilio degli audio libri per continuare e mantenere vivo il suo amore e il rapporto con la cultura storica e artistica, ma ha anche ridotto le uscite di Patrizia, che ha iniziato a chiudersi in se stessa.
  • La perdita del papà, del marito e della mamma, sono stati momenti molto dolorosi, che hanno segnato profondamente anche la capacità di reagire e continuare a combattere la malattia.
  • Nonostante tutto Patrizia è riuscita a mantenere vivo il rapporto di amicizia e vicinanza con colleghi di lavoro, sia insegnanti che guide turistiche, con studenti e con famiglie amiche dei genitori.
  • Soprattutto la morte della mamma è stato un colpo gravissimo che Patrizia ha superato con non poche difficoltà, ma nei tanti momenti di sfortuna e di dolore, che l’hanno purtroppo accompagnata, le va riconosciuto il merito di aver sempre mantenuto un enorme cuore.
  • La grande generosità che ha sempre contraddistinto la sua mamma, in Patrizia si è moltiplicata. Con grande cuore e umiltà, mai indifferente nei confronti di situazioni di disagio, andava a cercare chi poteva avere bisogno del suo aiuto.
  • A Natale di due anni fa, per un caso fortuito che ha fatto incontrare Nicoletta e Teodora a Trento, Patrizia ha preso contatto con i bambini burundesi e la grande missione dell’Associazione Gemma Burundi. In quell’occasione ha voluto contribuire alla costruzione del pozzo, con alcuni versamenti. Successivamente poi, Don Eric, in occasione di un suo viaggio a Trento, ha voluto conoscerla. Questo incontro per Patrizia, costretta a vivere in casa per lo più sola, ha segnato una svolta importante, finalmente trovava uno scopo nella vita, poteva essere utile a qualcuno.Don Eric inviava video dei “picciriddi” che lei contribuiva ad aiutare: nella commozione lei trovava la forza di andare avanti.
  • L’atto finale col testamento: ha voluto lasciare ai “picciriddi” quello che ha potuto perché possano avere un futuro dignitoso e felice. Negli ultimi giorni di sofferenza, le voci registrate di don Eric e dei “picciriddi” le portavano sollievo. Sarebbe particolarmente contenta di sapere come verrà investito il suo lascito e sapere che verrà ricordata per la sua grande generosità.

(Sicuramente arrossirebbe nel ricevere i ringraziamenti, per grande umiltà d’animo).

Una personcina così piccola e fragile che portava in sé un’anima così grande!

C’è una frase ricorrente, che viene menzionata quando una persona muore e che rispecchia il ricordo di Patrizia:

NON MUORE MAI, CHI VIVE NEL CUORE DI CHI RESTA.

Patrizia resterà viva nel mio cuore e nel cuore di chi l’ha conosciuta, ma soprattutto vivrà nel cuore di quei bambini che lei ha aiutato, per i quali ha contribuito a costruire dei pozzi, una scuola …. perché anche quando questi bimbi diventeranno grandi, ricorderanno ai loro figli la generosità di questa straordinaria donna trentina.E così lei continuerà a vivere.

Grazie, Patrizia!

Maria Lina Marchel e Teodora Palmieri

 

Ciao cara amica, sei sempre presente nei miei pensieri e nel ricordo di momenti vissuti insieme.

Ecco ho un fleshback di un giorno d’estate di tantissimi anni fa quando ci incontrammo per caso in un piccolo ristorante in Valsugana dove io e i miei parenti eravamo andati a pranzo e tu eri coi tuoi genitori e il tuo futuro marito: erano anni che non ci vedevamo e mi è rimasta l immagine di te così diversa dai tempi del liceo! Una giovane donna matura, serena, felice; è stata una delle poche volte che ti ho vista così spensierata! Poco tempo dopo infatti sarebbe iniziata la tua odissea con l’incidente in moto ( alla guida c’era il tuo futuro marito) e i successivi numerosi interventi chirurgici alla gamba subiti e i primi sintomi della malattia che ti avrebbe accompagnato tutta la vita. Paradossalmente proprio la tua malattia e il suo progressivo aggravarsi è stato il filo che ci ha unito e ci ha dato modo di frequentarci ( mi riferisco agli ultimi 10/15 anni ).Infatti il mio lavoro di medico ospedaliero ( non sono specialista in medicina interna bensì in otorinolaringoiatria) mi ha comunque permesso di esserti vicino durante i numerosi ricoveri ospedalieri, anzi molto spesso sono stata coinvolta, devo dire con un certo timore per la responsabilità conferitami, nel dare consigli competenti durante il percorso clinico della malattia. A questo proposito ricordo l’assidua presenza della tua cara mamma, persona straordinaria che ha dedicato la sua vita alla figlia, sempre al tuo fianco e pronta a soddisfare qualsiasi tuo desiderio e disponibile a qualsiasi rinuncia. La signora Lina è stata un validissimo sostegno a Patrizia in particolare negli ultimi anni della propria vita ( mi sembra sia deceduta a 93 anni!)e quando oramai Patrizia cominciava ad accusare varie disabilità fisiche: quel suo carattere ottimista ed estroverso e quell’atteggiamento positivo di fronte alle avversità della vita ha sicuramente aiutato Patrizia a superare i momenti più difficili e cupi. Diverso, credo, il carattere del tuo papà. Come dice Flavia, che ti ha frequentato durante la giovinezza quando cioè era in vita tuo padre, è stato molto amorevole, anche se iperprotettivo nei tuoi confronti, fino ad essere talvolta autoritario e ad imporre la propria volontà, pur credendo di fare il tuo bene, e condizionando quindi le scelte importanti che solo tu avresti dovuto fare. Mi sembra però che tu abbia ereditato qualche tratto caratteristico della personalità di tuo padre: mi riferisco alla forza di volontà che ti ha sempre contraddistinto, alla determinazione a non cedere al dolore fisico, e a non abbandonarsi allo sconforto, riuscendo a trovare spesso un modus vivendi che ti potesse arrecare sostegno morale e conforto spirituale.

Ci sono stati dei periodi sereni : mi riferisco ai primi anni di matrimonio, anche se con me ne hai sempre parlato molto poco mi è sembrato di capire che sei stata felice; a tutto il periodo trascorso a scuola circondata dalla stima dei tuoi colleghi, dall’affetto dei tuoi studenti e pieno delle soddisfazioni e riconoscimenti che questo tipo di lavoro dà a chi si dedica con passione. A te bastava anche sederti in poltrona e leggere un buon libro o parlare di arte e letteratura. Purtroppo a tutto ciò’ hai dovuto rinunciare ben presto: penso a quando non sei più stata in grado di leggere per la progressiva cecità, o quando hai cominciato a non poter uscire di casa per le difficoltà deambulatorie, mesi e ultimi anni trascorsi seduta, con difficoltà persino a muoversi persino in casa!

Povera cara: la tua è stata un’esistenza molto sfortunata! A volte penso che se tu avessi potuto avere dei figli la vita sarebbe stata piena dell’amore che sicuramente avresti avuto modo di dare e di ricevere. Sei stata una persona buona, generosa, disponibile verso gli altri, sempre pronta ad aiutare il tuo prossimo, molto discreta, mai invadente, con la rara capacità di ascoltare e di non giudicare: non ho mai sentito nelle tue parole una nota di rancore nemmeno verso le persone che hanno approfittato del tuo stato di debolezza fisica, dimostrando invece la tua grande forza morale e superiorità intellettuale.

 

Silvia Mantegazza

 

Il pensiero di Patrizia mi emoziona sempre molto. Il mio ricordo di lei è nello stesso tempo dolcissimo e doloroso!

La nostra amicizia risale al periodo del liceo : sono stati anni spensierati come devono essere quelli dell ‘adolescenza: io e Patrizia spesso studiavamo insieme a casa sua; lei era sempre molto precisa, puntuale, preparava con molto impegno i compiti ( non sarebbe mai andata a scuola impreparata ! Il suo amor proprio non l’ avrebbe permesso!).L’interesse fin da giovanissima per l ‘arte, la letteratura, la lettura l avrebbe poi portata ad essere una persona colta, piacevole e vivace nella conversazione, sempre informata su molti argomenti. Ecco com ‘era il suo carattere: schivo , riservato, discreto ma con note di orgogliosa caparbietà e consapevolezza della propria intelligenza , ma mai manifesta od ostentata anzi il suo comportamento era sempre umile , mai aggressivo. Credo che queste doti siano state molto apprezzate in ambito professionale e che l’abbiano resa un ‘insegnante cosi apprezzata , stimata e amata da tutti.

Terminato il liceo io e Patrizia abbiamo intrapreso percorsi universitari diversi e quindi per ovvie ragioni ci siamo allontanate per diversi anni. Ho rivisto Patrizia in occasione del suo primo ricovero in ospedale ( aveva solo 29 anni!) quando le diagnosticarono la malattia che poi l’ha accompagnata tutta la vita. Io allora già lavoravo come medico in ospedale.Da allora seppur a periodi sono sempre stata informata da Patrizia stessa e sai suoi famigliari del suo stato di salute e delle sue vicissitudini famigliari : gli incidenti in moto e in macchina, la morte di suo marito e di suo padre al quale Patrizia era particolarmente legata.Nonostante che la vita sia stata così poco generosa con lei e che sia stata cosi sfortunata Patrizia ha sempre manifestato una serenità invidiabile e una volontà di lottare contro le avversità: ho sempre pensato che immensa ricchezza interiore deve aver avuto per sopportare tutta questa sofferenza fisica e psichica! Solo negli ultimi anni e soprattutto dopo la morte della mamma ( la “mitica” signora Lina che ha avuto per Patrizia un amore e dedizione totale) che si è arresa; ormai rassegnata a cedere sia fisicamente che psichicamente alla malattia che purtroppo avendo un andamento cronico può interessare nel tempo vari organi ed apparati e che in lei si è manifestata nella sua forma più grave, privandola persino di quelle minime attività quotidiane come la passeggiata o la lettura.

Quindi perché ho detto all’ inizio della mia chiaccherata che il mio ricordo di Patrizia mi trasmette dolore perché negli ultimi anni ho assistito alla sua sofferenza, con la mia presenza ho cercato di farle sentire il mio sentimento di affetto, di conforto e ho sempre sperato che ciò le sia stato di aiuto. Cara Patrizia, ti ricorderò sempre con tanto affetto!

 

Silvia Mantegazza

 

 

IN RICORDO DI PATRIZIA

 

 

Mia cara amica, proverò a ripercorrere sul filo del ricordo la nostra lunga e bella amicizia, iniziata al tempo delle scuole medie e terminata solo con la tua morte.

 

Del periodo scolastico conservo una fotografia che ci ritrae spensierate assieme al gruppo di compagni e compagne del Ginnasio durante una bella gita scolastica in Val di Genova e un tuo disegno con dedica sul mio Album dei ricordi del 1964, quando eravamo ancora sui banchi delle Medie (lontani i tempi delle macchine fotografiche, dei cellulari, dei selfie!)

 

Tanti, tantissimi, i ricordi di te, di noi nel mio cuore! A cominciare dai pomeriggi trascorsi spesso assieme a studiare nella tua casa in cima alla collina… Quanta serenità! Era una gioia venire da te, salire a piedi lungo la strada e le scale ripide che portavano alla tua casa, dalla quale si godeva una spettacolare vista su tutta la città e le montagne attorno! Quante merende preparate dalle mani affettuose della tua mamma, che ci coccolava con dolcetti, tè, bibite e altre squisitezze! Nella bella stagione si faceva assieme qualche passeggiata nei dintorni, lungo la collina, in mezzo alla natura! Se ci penso mi sembra quasi di rivivere quei momenti, di provare le stesse piacevoli sensazioni!

 

Ho seguito sempre la tua vita. E sempre la nostra amicizia è stata coltivata da entrambe, anche quando io, giovanissima, ho cambiato città. Ci raccontavamo di noi al telefono, ma anche con lettere. E tutte le volte che ritornavo nella città d’origine non mancavamo di incontrarci per raccontarci. Purtroppo ho seguito anche le tue tristi e dolorose vicende, che ti hanno colpito fin da giovanissima, lasciandoti pesanti conseguenze nel fisico, che non ti avrebbero più abbandonato.

 

Di te ricordo un dolcissimo sorriso, sempre e il grande coraggio, con cui hai affrontato terribili malattie e anche terribili disgrazie. Ho sempre partecipato col cuore allo scorrere della tua vita sia nei momenti tristi che in quelli felici. E tu hai ricambiato sempre la mia amicizia, mai dimenticandoti nessuno dei miei compleanni nè Pasqua nè Natale, quando puntualmente arrivavano i tuoi biglietti d’auguri o una tua telefonata. Ci siamo raccontate le nostre vite vicendevolmente!

 

Cara amica, voglio testimoniare a tutti il tuo animo buono ed estremamente sensibile. Il tuo coraggio, la tua forza e l’amore per la vita che ti ha sempre sorretto!

 

Che queste tue magnifiche doti non vengano dimenticate e possano essere un esempio per tutti noi!

 

Ciao Patrizia!

                                                                   Michaela Versari

 

Una compagna e un’amica

Ho conosciuto Patrizia quando ho iniziato a frequentare la scuola superiore.

 Sentivo affinità con lei perché come me studiava con passione le materie letterarie, mentre si applicava con qualche difficoltà a quelle scientifiche. Ricordo l’ansia solidale con cui la guardavo mentre alla lavagna, col gesso in mano, cercava una risposta al quesito proposto dal granitico professore di matematica, fissandolo semi paralizzata, come subisse un incanto mortale simile a quello che pietrificava chi guardava il volto della Medusa. Soffrivo partecipe, ma provavo anche rabbia, perché avrei desiderato che reagisse, “giocandosi la sorte” con un po’ di grinta, invece di incarnare la vittima senza parole.

 Simili eravamo anche perché la nostra vita si svolgeva soprattutto fra scuola e famiglia, a differenza di altri studenti più emancipati.

 Patrizia aveva rapporti di grande cordialità con molti compagni, che in alcuni casi sono proseguiti dopo il diploma come vere e proprie amicizie.

 In effetti, la nostra amicizia si è consolidata nel tempo, a partire dal periodo degli studi universitari, identici per facoltà però svolti in sedi diverse, io a Milano, lei a Pavia.

 Con l’inizio della vita professionale, in qualità di insegnanti abbiamo condiviso esperienze, problemi, letture…

 Tanti sono i racconti possibili per una relazione che è durata più di cinquant’anni;

mi fa piacere in particolare soffermarmi sul ruolo di guida che Patrizia ha rivestito nei miei confronti, in percorsi di scoperte culturali attraverso la letteratura, il teatro, la musica, le belle arti, settori ai quali eravamo interessate entrambe.

 Il suo era un grande amore, oserei dire il fulcro della sua vita, e lo coltivava con tenacia e profondità, cogliendo tutte le occasioni possibili per godere della creatività umana in quegli ambiti. Perfino la partecipazione al coro della chiesa di San Marco penso fosse motivata, oltre che dalla viva fede religiosa che l’ha sempre sostenuta, dal piacere di sperimentare cantando un genere musicale di antica tradizione. Condividere e coinvolgere altri in queste scoperte per Patrizia era una propensione naturale. Così si era iscritta al corso formativo per guide turistiche e nel tempo libero metteva a frutto il patentino ottenuto; oppure, invitata dal Circolo Culturale della parrocchia di San Giuseppe, proponeva itinerari di visita e conferenze in cui valorizzava le conoscenze raccolte negli studi e nei viaggi.

 Le colleghe hanno ricordato la sua dedizione nei confronti degli studenti, instancabile nell’impegno per avvicinarli a quei mondi che loro giudicavano tanto lontani. 

 Io ritorno sul tema dal mio punto di vista, che può valere per parecchi amici.

Insieme a Patrizia, sono andata ad assistere a spettacoli di compagnie teatrali poco note o cosiddette d’avanguardia, concordi io e lei anche negli applausi con cui cercavamo di attenuare l’imbarazzo e il dispiacere di essere in pochi, i classici “quattro gatti”, quando la platea restava semivuota. Ho visitato mostre dedicate ai grandi della pittura, ma anche a novità che stimolavano l’apertura mentale. Con una punta di scetticismo l’ho accompagnata percorrendo chilometri (da sole o in forma organizzata) per andare visitare luoghi sperduti di un qualche interesse storico e artistico.

 Per molti anni ho continuato a  stupirmi di quanto Patrizia apprezzasse la storia, l’arte e la cultura del Trentino nei suoi molti aspetti, non tanto perché  ritenessi che avrebbe potuto sentirsene estranea essendo milanese di nascita,  ma perché mi aveva raccontato come fosse stato difficile per lei il primo periodo vissuto nella nostra città, all’inizio degli anni ’60, dopo che il padre maresciallo di Finanza era stato trasferito per servizio dalla Lombardia al Trentino. Patrizia e i suoi genitori si erano inseriti in una società piuttosto chiusa, caratterizzata dalla quiete e dalla conservazione, poco propensa ad aprirsi ai nuovi arrivati. (L’Università a Trento è stata fondata nel 1962, ma solo dopo qualche anno avrebbe rappresentato un evidente fattore di rinnovamento per il capoluogo e la provincia, all’interno di un contesto mutato più ampio). In effetti le amicizie della famiglia Maccagno si erano sviluppate soprattutto all’interno del Circolo Ricreativo della Finanza, frequentato da persone provenienti da tutta Italia.

 A distanza di tanto tempo Patrizia ricordava la nostalgia provata per i luoghi d’origine dove aveva trascorso l’infanzia – Milano, la provincia di Varese – e il senso di isolamento che a lungo l’aveva oppressa a Trento. Eppure, ecco cosa mi meravigliava: nonostante questo avvio faticoso in un luogo e fra persone respingenti, Patrizia era arrivata a conoscere e amare tanti aspetti del Trentino, mentre io, nata qui, li consideravo ben poco interessanti: le erano familiari i protagonisti della storia regionale, le loro vicende … proprio la microstoria, composta da eventi e personaggi davvero minimi, la estasiava; le piaceva ritrovare i mille rivoli delle vicende particolari che vanno a comporre la grande storia, le piccole tracce della cura del bello, le testimonianze della vitalità culturale e spirituale presenti in  ogni luogo, per quanto periferico. Dunque meritavano attenzione i grandi artisti, ma anche la chiesina di paese abbellita dagli affreschi di autore ignoto.

Attraverso i suoi occhi ho cominciato a guardare in modo diverso questo territorio e un po’ alla volta ho capito di amarlo parecchio anch’io.

 Quando Patrizia non ha più potuto coltivare i suoi interessi fuori di casa, ha proseguito la ricerca potenziando gli strumenti che le erano consentiti. Sempre al corrente delle novità editoriali, si procurava, donava e suggeriva i libri che per argomento o stile di scrittura le sembrava meritassero di essere letti. Di recente con l’amica Luisa ho ripensato a questo suo slancio: tutt’e due, abbiamo constatato, le siamo debitrici per i suggerimenti che tante volte ci hanno fatto conoscere opere di indubbio valore.

Tanti sono stati i segni della sua amicizia; l’ultimo, immancabile regalo per il mio compleanno nel dicembre 2017 è stato “Le donne erediteranno la terra”, di Aldo Cazzullo. L’ho percepito come un riconoscimento, fatto a me che lo ricevevo e a se stessa nel momento in cui lo aveva scelto.

 

Ho voluto far conoscere Patrizia mettendo in primo piano la sua passione culturale, ma non posso non ricordare come abbia espresso se stessa anche nell’ amore che ha riservato al marito Luciano.

Chi l’ha frequentata sa con quanto slancio gli ha voluto bene, partecipando al suo mondo senza prevenzioni e nello stesso tempo coinvolgendolo nei propri interessi.

La relazione è stata messa alla prova in varie circostanze, ci sono state burrasche e delusioni, però ciascuno dei due è rimasto fedele alla scelta fatta. Patrizia ha davvero ascoltato e affermato la propria volontà, senza farsi vincere dalle perplessità manifestate dai familiari, per quanto in genere tenesse il loro parere in grande considerazione. Sorridevo fra me quando si domandavano se “il candidato” avrebbe saputo accontentare i desideri della figlia, che era sempre al centro delle loro attenzioni, e circondarla di adeguate premure.

Mi ha colpito la determinazione del tono e delle parole con cui un giorno Patrizia ha affermato il proposito che fosse riconosciuta a Luciano “una dignità” e che ricevesse finalmente dalla famiglia di origine un giusto apprezzamento. In quelle parole ho sentito non solo l’amore per il marito, ma anche l’indignazione e il desiderio di agire che provava considerando le ingiustizie d’ogni tipo, i bisogni di chi è debole e deprivato.

Anche questo era un suo tratto caratteristico: per difendere e aiutare altri poteva trovare la forza che spesso le mancava per proteggere sé, prendere l’iniziativa con generosità.

 Ripercorrendo la nostra amicizia sono innumerevoli i ricordi e provo molta gratitudine, per tanti motivi, ma soprattutto per la sincerità e il calore dell’affetto che Patrizia mi ha dedicato.

 

                                                                                                                                                              Flavia  Raoss

 

 

Ci fermiamo qualche minuto per raccogliere i pensieri che abbiamo nel cuore, qui in questa chiesa del Camposanto di Trento, tutti attorno al feretro coperto di fiori della nostra cara collega, la professoressa Maccagno.

Sono don Renato Scoz e come insegnate di Religione Cattolica ero da un anno presso la Scuola agraria di san Michele all’Adige  quando venne come insegnante di Italiano e Storia la professoressa Maccagno, per coprire la cattedra del professor Romano Chilovi, deceduto improvvisamente a Kaufbeuren in  Algovia – Baviera, dove si trovava come accompagnatore degli studenti impegnati nel tirocinio linguistico-pratico. Era l’autunno del 1979. Il Consiglio dei docenti della Scuola tecnica e professionale era impegnato per trovare la strada della sperimentazione didattica proposta dal prof. Franco Larocca dell’Università di Brescia. Per la quasi totalità si trattava di professori maschi, con qualche rarissima eccezione. Nell’aula gradoni dell’ala est dell’Istituto che ospitava il forte gruppo dei docenti entra per la prima volta la professoressa Maccagno. Non ancora trentenne, con espressione graziosa e gentile, occhiali che certificavano le lunghe ore di studio, salopette gialla, un sorriso che incoraggiava alla conversazione, ma anche con l’espressione di chi nella vita vive con responsabilità gli impegni e non ha tempo di scherzare. Interveniva con voce sicura a puntualizzare la delicata vicenda della sperimentazione didattica.

Fin da piccola era venuta a Trento con la famiglia dal Piemonte per il lavoro del padre. Figlia unica, ha frequentato la Scuola media a Trento; il suo insegnante di religione, don Giovanni Rossi, di lei  mi diceva: Era la studentessa più brava. Ci furono poi il conseguimento della Maturità al Liceo Classico Prati  e la laurea in Lettere a Pavia.  Insegna allora  nelle classi del triennio N, come  si diceva allora del corso Normale per distinguerlo dal corso degli specializzati in Viticoltura ed Enologia, il cosiddetto corso S. E’ utile ricordare che ogni scuola ha il suo tipico profilo e l’Agraria ospita studenti simpatici, motivati, con un’intelligenza pratica ed operativa. Se passi vicino alle aule nelle ore della materie professionalizzanti, come Patologia vegetale, Industrie agrarie, Estimo, Genio rurale, Zootecnia e allevamenti, non sentivi volare una mosca. Nelle lezioni di Ginnastica, Religione, Italiano e Storia non è che la tensione si allenti, ma di sicuro c’è un altro clima e il docente deve trovare metodi    e strategie originali per mantenere l’attenzione. Attraverso il suo comportamento lineare, gentile, supportato da una intensa preparazione, la professoressa Maccagno si è subito inserita nelle classi. Anche nella valutazione, che si rivela talvolta una croce per gli insegnanti, ha saputo capire la persona dello studente, le varie situazioni, vedendo anche in prospettiva. Era stata presentata dal Preside del tempo come Guida di Trento; questa sua capacità è stata subito utilizzata pe accompagnare le classi in varie visite. Ricordo di aver partecipato alla visita al Museo diocesano, ai castelli dell’Alto Adige; la rivedo ancora con il casco bianco sul trenino che portava gli studenti nelle miniere di Schwaz. L’esperienza di Guida con interesse storico artistico era per lei una fonte di gratificazione. Una volta è capitato a me per caso di incontrarla al Castello del Buon Consiglio alla guida di un gruppo proveniente da fuori città: vedevi che quello era il suo ambiente, mentre esponeva sembrava sollevarsi tanto era felice di comunicare con l’arte, con il bello. Quando abitava alla Cervara incontravo lei o la mamma sull’autobus o al supermercato e si offrivano per eventuali servizi, per darmi eventualmente una mano, questo per dire il senso di apertura e di dono verso il prossimo. Sempre dalla Cervara scendeva in san Marco e aiutava don Giacomo Facchini per le varie celebrazioni e in questo senso ha donato a noi un esempio di persona che viveva l’esperienza religiosa con impegno e generosità. Noi RINGRAZIAMO per averla conosciuta, per aver passato degli anni insieme e secondo me il messaggio che ci invia è quello della necessità di studiare sempre, di preparare le lezioni con diligenza e passione per poi accostarci alle persone, agli studenti e ai genitori con discrezione, rispettando il progetto di ognuno senza mai essere drastici nei giudizi.

 

                                                                             Don Renato Scoz

 

 

 

 

Eravamo alla metà di maggio del 2017 e dopo tanti mesi di preparativi finalmente incontravo Patrizia.

Ma come eravamo arrivati a questo incontro?

È una storia che merita di essere raccontata tutta dall’inizio perché da questa si percepisce il grande disegno divino. Troppe circostanze particolari per non essere il frutto di qualcosa di più grande di noi.

 

Una sera, aprendo Facebook sul mio computer, mi ero imbattuta nelle fotografie che una mia vecchia conoscente spesso pubblicava. Si trattava di foto di un villaggio africano, del Burundi precisamente, nelle quali si vedevano molti bambine e bambini, ragazze e ragazzi di tutte le età ed un sacerdote.

 

Cominciai così a chiedere informazioni a Michela e lei mi raccontò di Don Eric, di come quasi casualmente lo aveva conosciuto, della sua vita e dei progetti che aveva per i “picciriddi” burundesi.

 

Le parole di Michela mi appassionarono e decisi perciò di inviare qualcosa all’Associazione fondata da don Eric ma ancora di più pensai a come estendere la conoscenza di questi progetti a più persone possibili.

 

Ad ogni occasione utile, ne parlavo ad amici e parenti ma la situazione favorevole si creò quando all’interno del sindacato al quale sono iscritta e che rappresento si decise di effettuare una donazione ad un ente benefico anziché comprare i soliti oggetti, quale omaggio natalizio per gli iscritti.

 

Non dissi nulla a Michela e nemmeno a don Eric, con il quale nel frattempo si era creata una corrispondenza fatta di messaggi e telefonate, innanzitutto perché speravo di fare una sorpresa e un po’ anche per scaramanzia e non deluderli nell’eventualità di un risultato negativo. La mia aspettativa però era altissima, ci tenevo davvero tanto e sentivo che, determinata e convinta come ero, avrei portato a casa il risultato sperato.

 

Alla riunione durante la quale sarebbe stata scelta l’associazione da beneficiare arrivai un po’ agitata ma ben preparata e presentai con entusiasmo i progetti. Purtroppo per me, un collega era appena rientrato dalla Siria dove era andato a fare volontariato ai bambini orfani ed il suo racconto di quanto visto e fatto in prima persona fu più toccante del mio.

 

Venne scelto il suo progetto. 

 

La mia delusione fu enorme e probabilmente nemmeno troppo dissimulata visto che una collega – con la quale però c’è anche un rapporto di amicizia, stima ed affetto – Dora Palmieri, mi si avvicinò e mi chiese il materiale illustrativo e altre informazioni  per poterne parlarne ad una sua conoscente, la signora Patrizia Maccagno, che sarebbe andata a trovare quello stesso pomeriggio.

 

Dora mi disse che spesso Patrizia chiedeva a lei dei suggerimenti e indicazioni su organizzazioni benefiche da poter aiutare economicamente. Patrizia faceva tantissime opere di carità

 

Fu così che tutto ebbe inizio, oserei dire.

 

Dora, sensibile al mio dispiacere per non essere riuscita ad ottenere la donazione a favore dei progetti di Don Eric, parlò di lui e della sua associazione a Patrizia e la sera stessa ella effettuò un versamento a favore di AGEBU con il desiderio che fosse utilizzato per organizzare un pranzo di Natale per i bambini burundesi seguiti da don Eric.

 

Don Eric, colpito dal gesto di questa sconosciuta, successivamente mi chiese di poter avere tutti i riferimenti della gentile e dolce signora che era stata generosa con lui ed i suoi bambini e così lo misi in contatto con Dora e quindi con Patrizia, sempre via telefono perché all’epoca egli era in Burundi.

 

Don Eric iniziò a telefonare sempre più spesso a Patrizia ma anche a Dora ed alla sottoscritta. Fu così che nella primavera successiva decise di utilizzare le sue ferie per un viaggio in Italia, ed in particolare a Trento, per venire a trovarci e soprattutto per conoscere Patrizia.

 

Furono mesi di contatti frequenti, proficui e di grande vicinanza soprattutto con Patrizia che, a causa delle sue gravi condizioni di salute, viveva praticamente da reclusa nella sua casa con l’aiuto di alcune collaboratrici e di qualche amica tra cui Dora e la signora Maria Lina.

 

Il primo incontro tra don Eric e Patrizia – e in quell’occasione finalmente la conobbi anche io perché incontrare persone nuove stancava e agitava molto Patrizia ed il nostro appuntamento fu rimandato in continuo – avvenne verso la metà di maggio del 2017. 

Era stato preceduto da una meticolosa preparazione ma fino all’ultimo momento era rimasto incerto proprio a causa della salute di Patrizia che spesso non era in grado di sostenere la fatica fisica di parlare con le persone.

 

Quel pomeriggio non lo dimenticherò mai: ero passata a prendere don Eric nell’albergo dove era alloggiato e lo avevo accompagnato fino davanti al portone del palazzo in cui viveva Patrizia, dove ci attendeva Dora. Era una bellissima giornata, calda ma non ancora afosa come in piena estate, ed il sole che splendeva alto nel cielo strideva con le condizioni in cui sapevo avrei trovato Patrizia. Ero preoccupata ma al tempo stesso felice, emozioni di vario tipo si succedevano in me.

 

Eravamo tutti emozionati, anche don Eric anche se, grazie alla sua sensibilità e probabilmente anche al fatto di essere un pastore di anime, ed essere abituato a portare conforto agli infermi, riusciva a non fare trapelare nulla.

 

Ricordo perfettamente l’emozione, il batticuore nell’entrare nel salotto dove Patrizia ci stava aspettando. Anche lei era emozionata e si era preparata per l’occasione. Ricordo perfettamente la stretta delicata, fragile della sua mano e le poche parole affettuose che ci scambiammo. Patrizia era come un uccellino, magrissima, eterea, sembrava l’immagine di un santino, di quelli che ci dava il catechista alle elementari se eravamo bravi. Quasi in odore di santità per la sua sofferenza.

 

Dopo le presentazioni e gli scambi di parole, con Dora decidemmo di lasciare don Eric solo con lei,  affinché lui potesse portarle  conforto e potessero parlare e pregare insieme e pertanto noi due andammo sotto casa, ad un bar situato lì vicino ad aspettarlo. Patrizia era afflitta da gravissime patologie che la facevano tribolare parecchio e che nel giro di poco tempo la avrebbero portata via da noi. 

Malgrado le sue indicibili sofferenze non smetteva di pensare a come fare del bene al prossimo. E Questo esempio di bontà, generosità ed empatia lo porterò con me per sempre.

 

                                                                                          Nicoletta Mascaro

 

 

Patrizia non ha avuto sempre una vita facile.

Era felice di insegnare Letteratura e Storia; al suo lavoro ha  dedicato tanta passione e per ai suoi ragazzi ha sempre donato molto amore… anche se la sua competenza sarebbe stata forse più apprezzata in un Liceo che all’Istituto Agrario.

Si era sposata, ma poi purtroppo il marito era morto in un incidente con la moto.

Anche la morte improvvisa del papà, al quale era molto legata, le aveva causato un grande dolore. Era tornata allora a vivere con la mamma che la seguiva con grande amore, ma “soffocando ” talvolta la sua libertà.

Purtroppo un’altra croce ha accompagnato la sua vita: una malattia degenerativa, iniziata da giovane e destinata negli anni solo a peggiorare.

In tutti questi momenti bui però, grandi passioni le ridavano luce e speranza e contrastavano la tristezza.

Amava infatti l’arte e la studiava; se poteva visitava città e mostre per gustare le opere e la loro bellezza.

Faceva la guida turistica per la città di Trento ed era molto preparata, in grado di far cogliere ai visitatori tanti preziosi particolari che sfuggono ai più.

Amava gli animali e la sua vita è stata accompagnata per tanti anni da un inseparabile barboncino; aveva poi salvato dal canile un incrocio che l’ha fatta impazzire e l’ultimo animale è stato un grosso gatto, morto poco prima di lei.

Parlava con gli animali che colmavano a volte i momenti di solitudine.

Amava molto anche i fiori. Li curava sul balcone ed era piena di gioia quando ne riceveva in dono…. anche quando nel tempo la sua vista andava affievolendosi, adorava sentire il profumo dei giacinti che le portavo in primavera.

Amava tantissimo i libri: erano la sua compagnia e quando non ha potuto più leggerli, li ascoltava con gli audio libri.

Amava soprattutto la vita e l’incontro con le persone e mi ha donato fino all’ultimo la sua delicatissima amicizia, che conservo nel mio cuore come il più bel ricordo di lei.

 

                                                                   Maria Beatrice Cappelletti

 

 

Ci sono molti e diversi modi di segnare il passo.

Quello di Patrizia era in punta di piedi… ma senza il pubblico davanti.

Non amava la messa in scena. Dietro le quinte si svolgeva il suo lavoro.

Ci sono molti e diversi modi di modulare la voce.

Era un filo la voce di Patrizia, come se temesse di disturbare.

Ci sono molti e diversi modi di stare al mondo.

La gentilezza, ad esempio. O la mitezza… ma anche la passione.

Per Patrizia, quella per l’arte e la bellezza.

Un incantamento, una fascinazione addirittura.

Anche il solo parlarne le provocava una gioia assoluta.

E poi la scuola.

Lo sguardo divertito sugli alunni e sui colleghi.

La fitta trama di relazioni che era riuscita a tessere nel tempo, mettendo insieme i personaggi più disparati.

Patrizia era così.

Semplice e complessa al tempo stesso.

Timida ma caparbia.

Fine osservatrice del mondo, assorta contemplatrice di albe e crepuscoli.

 

                                                                              Marialuisa Gilli

 

 

IL MIO RICORDO DELLA PROFESSORESSA MACCAGNO

 

Su e giù da queste scale, avanti e indietro da questi corridoi, dentro e fuori dalle aule. Se ci fossero state delle telecamere avrebbero registrato i passi di questa insegnante nella nostra scuola, dal suo primo incarico fino al momento della pensione. Passi leggerissimi, sempre, dal primo all’ultimo. Nel filmato probabilmente avremmo fatto fatica a individuare Patrizia, perché oltre ad essere fisicamente molto minuta non amava mettersi in mostra. Me la ricordo infatti cordiale, ma anche schiva e riservata; una riservatezza dovuta soprattutto al timore di essere inopportuna e non a voler sottolineare distanza, tanto meno superiorità, in questo ambiente così diverso da lei.

Mi sono chiesta spesso perché Patrizia avesse deciso di rimanere in questa scuola così fuori mano, così (allora) fuori dal tempo, così (allora) ruvida e maschile; così tanto lontana dagli interessi e dalla natura di questa giovane e delicata laureata in Lettere. Avrebbe infatti potuto benissimo insegnare a Trento in qualsiasi liceo.

A scuola le avevano dato un nomignolo, Bepa, che a me all’inizio era sembrato irrispettoso. Ma nel corso degli anni l’ho sentito ripetere così tante volte con intonazioni affettuose che ho capito che con quel nome lei aveva conquistato un proprio posto in questa sua improbabile famiglia di adozione.

Percepisco come anche la sua esperienza lavorativa facesse parte del suo particolare destino, così come il resto delle difficili esperienze che la vita le aveva fino allora riservato e che, ahimè, avrebbe avuto ancora in serbo per lei.

Ho avuto modo di conoscere un po’ meglio Patrizia solo dopo parecchi anni di frequentazione sul luogo del lavoro. È successo in particolare durante uno degli ultimi anni del suo insegnamento. Lei non guidava più l’auto e capitò che per molti mesi, quasi ogni mercoledì, io le potessi dare un passaggio fino alla prima fermata di un autobus a Trento. Durante quel breve tragitto parlavamo tra noi, parole leggere ma mai banali. Il discorso inizialmente cadeva spesso su di me e la mia famiglia, ma un po’ alla volta ero riuscita a spostare delicatamente l’attenzione su di lei e sulla sua vita: ne uscivano delicati scorci ad acquerello. In questi acquerelli talvolta riuscivo a scorgere l’animo ancora fresco e luminoso di Patrizia. Ed è questo che mi colpiva allora e ancora mi colpisce e mi commuove: la resilienza interiore di quest’anima, prova dopo prova. Ricordo ancora la nota d’amore nella sua voce quando parlava del padre. Ricordo la sua rara e sorprendente risata di ragazza che interrompeva ogni tanto i suoi racconti; ricordo la sua sottile e garbata ironia. Mai nessun giudizio, mai nessun pettegolezzo, mai alcuna recriminazione. Mai alcuna negatività, né tanto meno invidia, verso gli altri.  Quei brevi viaggi sono stati per me, indirettamente, anche delle lezioni di vita.

Cara Patrizia, penso che allora saresti inorridita all’idea che qualcuno scrivesse un ricordo di te.

Ma adesso, da là dove sei, voglio pensare che ci stai dedicando uno di quei tuoi bei sorrisi appena un po’ venato da una punta di ironia.

 

                                                                                   Serena Bettini